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Grand Ethiopian Renaissance Dam

GERD, il grandioso progetto di costruzione di una imponente diga (opera della italiana SALINI ) sul Nilo Azzurro, nel nord ovest dell’Etiopia ai confini con il Sudan è quasi terminata ( l’ultimo monitoraggio dell’Ottobre 2019 la valutava completata al 70%). Su questa infrastruttura iniziata nel 2011 incombono tensioni interne ed esterne e valutazioni contrastanti sulle conseguenze ecologiche in senso ampio una volta che sarà completato anche il riempimento dell’invaso che dovrebbe iniziare a luglio 2020 e completarsi in un periodo stimato tra i 5 e 15 anni (ci sono variabili diverse che incidono sui tempi, consideriamo che l’invaso ha una capacità di 74 miliardi di metri cubi di acqua).

Secondo Africa Rivista l’Etiopia ha già iniziato a riempire il bacino. Un momento, quello dell’inizio dello riempimento, che il premier etiope Abiy Ahmed Ali ha festeggiato come un evento storico.

A oggi il bacino contiene 4,9 miliardi di metri cubi di acqua, il che consente già all’Etiopia di testare le sue prime due turbine per produrre corrente elettrica.

La costruzione della diga, la più grande del continente Africano, è interamente sostenuta dal governo etiope, senza aiuti internazionali, (citiamo ISPI) “attraverso la finanza pubblica e iniziative di raccolta fondi tra la popolazione: i dipendenti statali sono costretti a donare un mese del loro salario annuale”… (sempre ISPI) “una volta operativa la GERD dovrebbe garantire un aumento del 150% di produzione nazionale di energia”. Si pensa anche alla esportazione di energia nei paesi limitrofi (ma due terzi della popolazione di 100 milioni di abitanti non è allacciata alla rete elettrica).

Le vicende interne della GERD si intrecciano con il cambio di regime ( fu sotto il governo di  Zenawi, morto nel 2012, che iniziò la progettazione e la costruzione della diga) e con altri progetti (altre dighe e progetti di coltivazione su larga scala della canna da zucchero) non sempre a buon esito e sui quali si sono innestati processi di accumulazione e controllo delle risorse, in primis la terra, da parte delle élite che sono sfociate in rivolte popolari e nell’ascesa al potere del premio nobel per la Pace 2019 Abiy Ahmed.

Ma anche la politica internazionale, regionale e la geopolitica mondiale sono coinvolte dalla costruzione e dalla prevista entrate in funzione di questa diga. Gli esiti sulla disponibilità residua di acqua nei paesi a valle della GERD preoccupano Sudan ed Egitto in particolar modo. Come mediatore del conflitto, per ora solo diplomatico, tra i Paesi coinvolti era stata chiamata l’Amministrazione USA guidata da Trump, che considera Al – Sisi il suo dittatore preferito (citazione da Nigrizia). Ma il 26 febbraio l’Etiopia si è ritirata dai colloqui a Washington, considerando il mediatore probabilmente più attento alle esigenze dell’Egitto (che sin dall’epoca coloniale aveva un peso maggiore nella decisione sull’utilizzo delle acque del grande fiume).

L’Egitto ricava buona parte della energia elettrica dalla diga di Assuan, e il 90% della sua popolazione vive nella stretta striscia di terra fertile che corre lungo il fiume.

L’Etiopia dal canto suo ritiene di contribuire con l’84% dell’acqua che compone il Nilo con i suoi affluenti nutriti dalle piogge dell’altopiano. Tra i due emerge anche il Sudan, uscito dalla dittatura di    al -Bashir, con volontà sia di mediare sia di far valere le proprie esigenze.

Le tensioni sono state rinvigorite, secondo Africa Rivista, da un vertice, reso pubblico dai media, al quale hanno partecipato il premier etiope Abiy Ahmed, alcuni ministri e il capo dello stato maggiore della difesa. Nel corso della riunione si è discusso la possibilità di iniziare il riempimento dell’invaso già dal prossimo luglio, come scritto precedentemente, senza attendere la firma di un accordo globale. Non sono le sole problematiche che la grande opera può alzare: nel bacino dell’Omo, le dighe oltre a mettere fine alle esondazioni stagionali del fiume, da cui 100.000 abitanti dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, rischiano di causare il degrado e l’abbassamento del livello del lago Turkana in Kenia (il più grande lago in luogo desertico del mondo) dalle cui acque e riserve ittiche dipendono altre 300.000 persone.

La gestione delle acque del Nilo è stata regolamentata nel passato coloniale da due trattati così descritti da ISPI: Il quadro delle trattative è reso ancor più complesso dall’esistenza di due trattati stipulati dal Cairo con Londra (1929 e 1959), che regolano la gestione delle acque del Nilo e dei suoi affluenti, decretando appunto quote di uso e consumo dei volumi idrici del grande fiume africano. Nello specifico, la costruzione della diga coinvolge uno degli affluenti principali del fiume, il Nilo Azzurro, che ha origine dall’Altopiano Etiopico, presso il lago Tana. Per effetto dei trattati, Il Cairo non ha bisogno del consenso degli altri stati della Blue Basin Initiative (ossia i paesi che condividono il bacino idrografico con Etiopia, Sudan ed Egitto, ossia Burundi, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Kenya, Uganda) per intraprendere progetti idrici nei propri territori, mentre può porre il veto a qualsiasi iniziativa di altri paesi riguardante la gestione delle acque degli affluenti del Nilo.

Nel 2010 un nuovo trattato avrebbe dovuto dare un nuovo regolamento alla gestione delle acque. E’ stato firmato  da sei Paesi rivieraschi, eautorizza progetti di irrigazione e la realizzazione di sbarramenti sul fiume.  Ed è proprio a questo trattato che si appella l’Etiopia per giustificare la costruzione della Grande diga del millennio, un mega sbarramento che dovrebbe produrre energia elettrica per lo sviluppo interno e da esportare nei Paesi vicini. Sudan ed Egitto però non hanno mai riconosciuto l’accordo del 2010 e quindi contestano la legittimità della diga. (fonte Africa Rivista)

Il problema della gestione dei momenti di emergenza è ben descritto in questo paragrafo che leggiamo su Nigrizia: Etiopia, Egitto e Sudan sono ancora lontani da un accordo su come e quanto Addis Abeba dovrà tener conto dei bisogni dei paesi a valle nel periodo del riempimento del bacino della grande diga per la rinascita etiopica (Gerd) e quanta acqua sarà disposta a rilasciare nei casi di emergenza, come prolungati periodi di siccità. Inoltre va trovata una convergenza sul valore giuridico che l’accordo stesso dovrà avere.La questione non è di poco conto. Il Nilo Blu, che ha le sue sorgenti sull’altopiano etiopico, fornisce l’85% delle acque del Nilo, che si forma a Khartoum, dove confluiscono anche le acque del Nilo Bianco, che ha le sue sorgenti nel Lago Vittoria. Discutere l’uso delle acque del Nilo Blu significherebbe di fatto discutere l’uso delle acque dell’intero fiume, da cui dipendono buona parte della popolazione sudanese e la quasi totalità della popolazione egiziana. (…) Il ministro sudanese per l’irrigazione e le risorse idriche, Yasir Abbas, ha dichiarato che l’Etiopia non vuole più trattare sulla operatività della Gerd, e questo «costituisce un cambio di posizione che mina la continuitá del processo negoziale di cui è guida l’Unione Africana, e una violazione della Dichiarazione di principi firmata da Egitto, Etiopia e Sudan il 23 marzo 2015». Nella sua dichiarazione afferma anche che non è disponibile ad affidare in altre mani il futuro e la vita stessa di milioni di cittadini sudanesi che vivono sulle rive del Nilo e delle sue acque, tanto piú che è convinto che la grande diga etiopica porrà «rischi seri dal punto di vista ambientale e sociale».

Anche il ministro egiziano, competente, Mohamed Abdel-Ati, ha fatto sapere che ritiene la proposta di Addis Abeba come una violazione degli accordi sui punti da negoziare, concordati l’ultima volta il 3 agosto, poche ore prima della presentazione della nuova proposta etiopica. Ha infine proposto che le trattative riprendano attorno al 10 agosto.

Fonti:

ISPI, NIGRIZIA, AFRICA RIVISTA.

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